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Comunemente si è portati a pensare che i fatti vivano staccati dalle idee. Anzi che essi costituiscano rispetto alle idee una realtà assestante che nulla viene ad avere a che fare con quelle. Lo stesso discorso, naturalmente, vale anche per le idee, giacchè le si suppone bastevoli a se stesse e niente affatto dipendenti dai fatti nella loro sussistenza.

Tra il ‘600 e il ‘700, una volta che cessò di avere vita il pensiero del Rinascimento, quando ormai aveva dato origine ed alimento al pensiero moderno, ponendolo in grado di affermarsi e svilupparsi appieno, grazie ai fermenti vitali di cui lo aveva dotato, nacquero due correnti filosofiche che ebbero la pretesa di teorizzare la validità assoluta delle tesi che ho esposto poco sopra: l’Empirismo e il Razionalismo.

 

L’Empirismo, fondandosi su quello che più tardi sarebbe stato chiamato metodo fisico, sosteneva che ogni fonte di conoscenza deriva dall’esperienza effettuata dai nostri sensi. Sono i dati esterni a noi l’unico punto valido di riferimento per conoscere la realtà. L’empirico, il particolare, il sensibile sono gli elementi esclusivi da cui può prendere le mosse ogni indagine conoscitiva. Tutte le altre vie, che prescindono da questa, sono false e non possono portare che a conclusioni errate.

Il Razionalismo, dal canto suo, affermava che i principi della realtà possono essere colti solo dall’intuizione e dedotti dalla ragione. L’unico metodo valido in fatto conoscitivo è quello matematico, che fonda le sue basi sull’universale, sul razionale, sull’apriori. Il nostro giudizio, o criterio conoscitivo, è analitico. Vale a dire che si limita esclusivamente ad analizzare i pricipii della realtà, e, mediante tale analisi, entra in possesso pienamente della sua conoscenza. In questo caso, il soggetto conoscente non fa altro che esplicare quanto è già contenuto nelle proprie facoltà mentali non aggiungendo nulla a quelle che già aveva.